Se lo spazio diventa sonoro

Se lo spazio diventa sonoro

Nel Novecento, con le scoperte astronomiche e l’era spaziale, il cielo smette di essere solo un simbolo poetico ma si consolida come un vero e proprio territorio musicale. Musicisti e compositori traducono il moto delle stelle in strutture sonore, evocano la vastità e la spiritualità del cielo o trasportano l’ascoltatore nello spazio attraverso elettronica e improvvisazione, creando un linguaggio unico per raccontare il cosmo.

Durante tutto il Novecento, la musica ha costruito un dialogo con l’universo traducendo l’immensità, il silenzio e il mistero dello spazio in suoni, atmosfere e strutture complesse. Un po’ come se la musica sentisse e immaginasse ciò che la scienza osserva e misura. 

Tra i pionieri di questa sensibilità vi è Edgard Varèse, che negli anni Cinquanta definisce la musica come «proiezione di corpi sonori nello spazio». In Déserts fonde strumenti tradizionali e nastri magnetici per evocare paesaggi sonori alieni, anticipando la musica elettronica e la spazializzazione sonora. Tra i principali innovatori della musica del ventesimo secolo, seppur le sue prime opere si siano perse in un incendio durante la Prima guerra mondiale, il suo uso pionieristico di percussioni e tecnologie elettroniche ha influenzato profondamente l’avanguardia e la musica elettronica contemporanea. Ancora più radicale è Iannis Xenakis, ingegnere e architetto oltre che musicista, che in opere come Metastaseis e Pithoprakta utilizza modelli matematici per imitare il moto delle particelle e le dinamiche universali. Sfruttando computer per gestire migliaia di minuscoli eventi sonori, crea un suono “globale”, elementare e organico, a dir poco spaziale. Nelle sue opere, il suono diventa una sorta di “materia in movimento”, evocando strutture e processi di ordine e caos come quelli studiati in astrofisica. 

La musica diventa una sorta di “astronomia sonora” e gli anni Sessanta e Settanta segnano l’ingresso del cosmo nell’immaginario contemporaneo. Le composizioni di György Ligeti, come Atmosphères e Lux Aeterna, sospendono melodia e ritmo, creando nuvole sonore che evocano lo spazio infinito. Olivier Messiaen, con Des canyons aux étoiles…, e Alan Hovhaness in Vision of Andromeda, intrecciano osservazione astronomica e misticismo, mentre George Crumb, con il ciclo Makrokosmos, integrando simboli zodiacali e meccaniche celesti, spesso citando stelle e galassie (come nei brani Spiral Galaxy e Alpha Centauri), trasforma il pianoforte in una navicella per viaggi interstellari.

Con l’aumento delle missioni spaziali, intorno agli anni Ottanta, la musica elettronica diventa strumento privilegiato per rappresentare il vuoto siderale. Brian Eno, in Apollo: Atmospheres and Soundtracks, offre atmosfere sospese in assenza di gravità e immerse nel silenzio cosmico. Il compositore greco e premio Oscar, Vangelis, nei suoi due concept album Albedo 0.39 e Rosetta – ispirato dall’omonima missione e da una telefonata con l’astronauta André Kuipers fonde sintetizzatori e sequencer per tradurre in suono pianeti, dati astronomici, satelliti e missioni spaziali.

Ma il cosmo entra anche nel jazz e nel rock psichedelico. Nell’album Space is the place, il visionario Sun Ra combina elettronica afro o jazz sperimentale con la filosofia cosmica, dichiarandosi originario di Saturno. Nel rock psichedelico, band come i Pink Floyd hanno esplorato lo spazio in brani come Astronomy Domine, composta da Syd Barrett fondendo elettronica e riverberi per creare viaggi siderali tra i pianeti.

Nella seconda metà del Novecento, cinema e televisione hanno amplificato questa tendenza, trasformando il cosmo in qualcosa di percepibile non solo con la mente. Ciò accade nel film 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, con i brani di Ligeti, e in Solaris di Tarkovskij, con musiche di Artemiev. I toni elettronici e atmosferici si fondono con immagini e visioni, rendendo l’universo non più solo un concetto astratto, scientifico, distante ma uno spazio quasi tangibile, capace di suscitare meraviglia e senso di appartenenza.

MUSICA NUOVA
Vangelis in studio fra tastiere e sintetizzatori: il compositore greco è stato tra i primi a utilizzare gli strumenti elettronici per creare paesaggi sonori inediti. Crediti: Vangelis Foundation