
Prof.ssa Astronomia, Università degli
Studi di Napoli Federico II
Il 10 aprile 2019 veniva presentata al mondo la prima immagine dell’ombra di un buco nero, quello al centro della galassia M87. Ottenuta dalla collaborazione Event Horizon Telescope (Eht) – grazie all’elaborazione dei dati di numerose antenne sparse per il globo usate come se fossero un unico, immenso telescopio grande quanto la Terra – e ribattezzata da subito “la prima foto d’un buco nero”, mostrandoci l’oggetto invisibile per antonomasia ha catturato immediatamente l’attenzione del pubblico e dei media. Ma sulla scienza che impatto ha avuto? Ne parliamo con una delle protagoniste dello storico risultato, Mariafelicia De Laurentis, professoressa di astronomia e astrofisica all’Università di Napoli “Federico II” e, dal 2025, project scientist di Eht.
Immagine, foto, rappresentazione: comunque la si voglia chiamare, cos’ha significato per voi astrofisici quell’indimenticabile ciambella arancione?
Per noi astrofisici quella “ciambella” ha rappresentato molto più di un’immagine suggestiva. È stata la prima evidenza osservativa diretta che ciò che per decenni avevamo descritto con equazioni e modelli teorici, l’ombra di un buco nero prevista dalla teoria di Einstein, esiste davvero in natura.
Da quel momento i buchi neri non sono più stati solo oggetti inferiti indirettamente, ma fenomeni osservabili con i quali confrontare modelli e fare test quantitativi. È stato l’inizio di una nuova fase, in cui lo studio della gravità in condizioni estreme è entrato pienamente nel dominio dell’osservazione.
Per noi, come scienziati, è stato anche il privilegio raro di partecipare a una scoperta epocale, una di quelle che cambiano davvero il modo di fare e pensare la scienza.
Collaborazione, esperimento, strumento, rete di telescopi… Cos’è stato e cos’è per lei Eht?
Eht è stato prima di tutto un grande lavoro di squadra. Una collaborazione internazionale in cui centinaia di persone, con competenze molto diverse, hanno lavorato per anni su un obiettivo comune, condividendo dati, responsabilità e scelte scientifiche.
Certo, Eht è anche una rete di radiotelescopi distribuiti su tutta la Terra, ma senza questo sforzo collettivo non sarebbe stato possibile né costruire l’esperimento né interpretarne i risultati. Per noi è un esempio concreto di come oggi la ricerca di frontiera richieda cooperazione, fiducia reciproca e una visione scientifica condivisa.
Dopo quella di M87* c’è stata l’immagine del buco nero al centro della nostra galassia, Sgr A*. Poi, una serie di prodotti di grande rilievo scientifico ma più per addetti ai lavori, come quelli sulla polarizzazione e sui getti. Quale sarà il prossimo risultato di grande impatto di Eht?
Il prossimo passo non sarà tanto una nuova immagine quanto la capacità di usare i dati di Eht per studiare come evolve nel tempo ciò che accade attorno a un buco nero. Questo significa passare da una visione statica a una dinamica, osservando il comportamento della materia e dei campi magnetici su scale temporali sempre più brevi.
Non posso entrare nei dettagli, ma è chiaro che ci stiamo avvicinando a una fase nuova: il 2026 sarà un anno di risultati importanti, sia dal punto di vista osservativo sia per i test fondamentali della teoria di Einstein in condizioni estreme. L’impatto maggiore sarà nella qualità delle domande che potremo porre: non solo come appare un buco nero, ma come funziona e quali leggi fisiche lo governano.

Pubblicata il 10 aprile 2019, ritrae il buco nero supermassiccio nel nucleo della galassia ellittica Messier 87 nella costellazione della Vergine. Crediti: Collaborazione Eht
