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Curiosità dallo spazio

Stelle cadenti su Venere?
Nel corso della storia del Sistema solare, le collisioni nella fascia tra Marte e Giove hanno dato origine a famiglie di asteroidi. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

2021 PH27 e 2025 GN1, un duo di asteroidi con le orbite più rapide mai osservate nel Sistema solare, potrebbero essere all’origine di uno sciame di meteore nell’atmosfera di Venere. È quanto emerge da uno studio guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e pubblicato su Icarus, il primo a suggerire un collegamento diretto tra la coppia di asteroidi e le meteore venusiane, analogamente a quanto avviene sulla Terra con l’asteroide Phaethon, progenitore dello sciame delle Geminidi. Prima di questo articolo, infatti, nessuno aveva associato in modo convincente uno sciame meteorico su Venere a corpi asteroidali: si riteneva che tutte le possibili correnti meteoriche venusiane derivassero esclusivamente da comete, come quella di Halley. 2021 PH27 e 2025 GN1 appartengono al rarissimo gruppo degli Atira e completano la loro rivoluzione in soli 115 giorni, il periodo più breve mai registrato tra gli asteroidi del nostro sistema planetario. Dal momento che l’orbita della coppia passa a soli due milioni di chilometri da quella di Venere, questi piccoli frammenti potrebbero intercettare l’atmosfera del pianeta, dando origine a uno sciame di meteore. La prossima data favorevole per l’osservazione è il 5 luglio 2026.


Le argille e il passato abitabile di Marte
Marte: l’area circostante Mawrth Vallis e Oxia Planum evidenzia nuovi affioramenti ricchi di argille. Crediti: J. Brossier/Inaf (Brossier et al. 2026)

È a firma Inaf la mappa più dettagliata mai realizzata sulla distribuzione e composizione delle argille che ricoprono la superficie di Marte. Lo studio, recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research: Planets, è un traguardo fondamentale per la planetologia moderna. La ricerca si basa sull’analisi sistematica di quasi 1.500 osservazioni, dati preziosi acquisiti dallo spettrometro Crism a bordo della sonda Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa. Grazie a questa analisi è stato possibile interpretare le firme spettrali nell’infrarosso dei fillosilicati presenti sulla superficie del pianeta. Questi minerali sono tracce dirette dell’acqua che un tempo ha modellato Marte, creando ambienti in cui la vita avrebbe potuto svilupparsi. Alcune regioni sono infatti considerate “scrigni” per la conservazione di biofirme; per questo, mapparne la composizione è cruciale sia per ricostruire la storia geochimica del pianeta, sia per selezionare i siti di atterraggio delle future missioni. L’articolo fornisce una caratterizzazione minuziosa della diversità dei minerali, che riflette una storia geologica complessa, legata a diversi processi di alterazione in presenza di acqua liquida, svelando un passato marziano molto più dinamico di quanto appaia oggi.


Scoperto il sistema planetario al contrario
Rappresentazione artistica del sistema planetario attorno alla stella Lhs 1903. Crediti: Esa

Il sistema planetario orbitante attorno alla stella LHS 1903 sta mettendo a dura prova le teorie classiche sulla formazione dei mondi. Le recenti osservazioni del satellite Cheops dell’Agenzia spaziale europea hanno infatti evidenziato anomalie strutturali capaci di scardinare i modelli consolidati da decenni di studi. Tradizionalmente, ci si aspetta di trovare pianeti piccoli e rocciosi vicino alla stella e altri giganti gassosi nelle zone più esterne e fredde. Tuttavia, i dati di Cheops hanno rivelato l’esatto opposto: un quarto pianeta roccioso situato nell’orbita più remota, ben oltre i due giganti gassosi del sistema. Questa singolare configurazione suggerisce che i corpi celesti non siano nati simultaneamente da un unico disco protoplanetario, ma in successione. La scoperta fornisce così la prova più concreta della teoria inside-out (dall’interno verso l’esterno): il pianeta roccioso esterno si sarebbe formato quando il sistema aveva ormai esaurito il gas, un’ipotesi finora ritenuta quasi impossibile e che apre nuovi scenari sulla varietà dei sistemi extrasolari. Il lavoro, che vede il coinvolgimento dell’Inaf, dell’Agenzia spaziale italiana e delle università di Padova e Torino, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Science.

Partner e progetti dell’Inaf


I primi alert scientifici del Rubin Observatory
La posizione del Rubin Observatory sul Cerro Pachón nel nord del Cile, a un’altitudine di 2.700 metri, offre condizioni di osservazione eccezionali. Crediti: Nsf-Doe Vera C. Rubin Observatory

La diffusione dei primi alert scientifici del Rubin Observatory ha segnato un passaggio storico per l’astrofisica internazionale e ha avviato l’osservazione dinamica e in tempo reale del cielo notturno. Gli alert sono segnali automatici generati ogni volta che viene rilevato un cambiamento nel cielo, come una nuova sorgente luminosa o lo spostamento di un oggetto, e vengono diffusi pubblicamente entro circa due minuti dall’osservazione. Le notifiche generate nella notte del 24 febbraio scorso sono state 800mila – destinate ad aumentare fino a raggiungere i sette milioni per notte – e hanno già portato alla scoperta di supernove, stelle variabili, nuclei galattici attivi e asteroidi in movimento nel Sistema solare. Si tratta di uno dei passaggi di avvio della Legacy Survey of Space and Time, il programma decennale che vedrà il Rubin Observatory scandagliare ogni notte il cielo dell’emisfero australe con la più grande fotocamera digitale mai costruita, da 3200 megapixel. Nel primo anno di attività, l’osservatorio produrrà immagini di un numero di oggetti superiore a quello complessivamente raccolto da tutti gli altri osservatori ottici finora. Il progetto vede anche il coinvolgimento dell’Inaf, con una partecipazione scientifica alle attività di ricerca e di analisi dei dati.


La più grande mappa radio del cielo
La grande Nebulosa Lamantino e molti altri resti di supernova a forma di bolla. Sullo sfondo un gruppo di galassie radio lontane. Crediti: Lofar Surveys Collaboration

Una vasta collaborazione internazionale, con la significativa partecipazione dell’Inaf, ha reso pubblico il terzo set di dati della Lofar Two-metre Sky Survey (LoTss-Dr3), uno dei più ambiziosi programmi di mappatura del cielo radio a bassa frequenza mai realizzati. Sfruttando il radiotelescopio europeo Low Frequency Array (Lofar), il team di ricerca ha identificato 13,7 milioni di radiosorgenti. Il nuovo set di osservazioni ha consentito di produrre una mappa del cielo radio a bassa frequenza di straordinario dettaglio e di realizzare il censimento più completo mai ottenuto dei buchi neri supermassicci in fase di accrescimento, un traguardo di grande rilievo per la radioastronomia e la cooperazione scientifica internazionale. Questo nuovo catalogo rappresenta un salto di qualità rispetto ai precedenti. La seconda data release, pubblicata nel 2022, comprendeva quasi 4,4 milioni di sorgenti radio e copriva poco più di un quarto dell’emisfero settentrionale. Con la Dr3, il numero di sorgenti catalogate cresce di oltre il triplo, mentre l’area di cielo mappata si estende fino a circa l’88% dell’emisfero nord, pari a circa 19mila gradi quadrati. I risultati sono disponibili sulla rivista Astronomy & Astrophysics.


L’universo in banda 5B con MeerKat
Uno dei 64 nuovi digitalizzatori per la banda 5B realizzati nell’ambito del progetto Pnrr Stiles per il potenziamento del radiotelescopio MeerKat. Crediti: Inaf

La collaborazione tra Italia e Sudafrica nella ricerca astrofisica raggiunge una nuova, fondamentale tappa: il potenziamento del radiotelescopio MeerKat, che si è dotato di 64 nuovi digitalizzatori in banda radio 5B, nell’ambito del progetto Pnrr Stiles (Strengthening the Italian Leadership in Elt and Ska) dell’Inaf. Tra gli altri obiettivi, Stiles ha previsto anche la collaborazione strategica tra l’Inaf e il South African Radio Astronomy Observatory per potenziare le capacità ad alte frequenze di MeerKat, radiotelescopio precursore del progetto Ska situato nel deserto del Karoo, in Sudafrica. Questo investimento ha finanziato lo sviluppo e l’implementazione complessiva di 64 sistemi di ricezione in banda 5B (con ricevitori sviluppati e realizzati in Germania dal Max Planck, sotto contratto con l’Inaf, e digitalizzatori progettati e realizzati dal Sarao) da installare su ciascuna delle antenne che compongono MeerKat, ampliandone la gamma di frequenza. Il sistema di ricezione coprirà la banda di frequenza da 8,3 a 15,4 GHz (attualmente vengono utilizzati ricevitori che coprono il range da 0,58 a 3,5 GHz). Raggiungere questa nuova banda consentirà agli scienziati di esplorare l’universo in un intervallo di frequenze prima inaccessibile al radiotelescopio sudafricano.

Grandi scoperte recenti


Il successo di Artemis II
L’immagine catturata dall’equipaggio di Artemis II il 6 aprile 2026 richiama la celebre “Earthrise”, scattata 58 anni prima dall’astronauta Bill Anders, mentre Apollo 8 orbitava attorno alla Luna. Crediti: Nasa

Il 1º aprile 2026 alle 18:35 CEST (00:35 UTC del 2 aprile), un razzo SLS Block 1 è decollato da Cape Canaveral, Florida, con a bordo quattro astronauti – Gregory Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – all’interno della capsula Orion, diretti verso la Luna per la prima missione con equipaggio dopo 54 anni. La missione Artemis II ha stabilito il record di massima distanza dalla Terra mai raggiunta da un veicolo con equipaggio umano, toccando i 406.771 km. Durante il sorvolo lunare sono state acquisite immagini del lato nascosto e della regione del polo sud, considerata strategica per future basi grazie alla presenza di ghiaccio d’acqua nei crateri permanentemente in ombra. Il 10 aprile Orion è rientrata nell’atmosfera terrestre e ha ammarato con successo nell’oceano Pacifico, al largo di San Diego. Artemis II ha dimostrato la capacità di effettuare missioni lunari con equipaggio, aprendo la strada ad Artemis III, un’esercitazione in orbita terrestre bassa, il cui lancio non è previsto prima del 2027. Per lo sbarco dovremo attendere Artemis IV.


Io: eruzione vulcanica senza precedenti
La regione polare settentrionale della luna gioviana Io, in uno scatto della fotocamera JunoCam a bordo della sonda Nasa Juno. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/SwRi/Msss

A fine 2024, la missione Juno della Nasa ha osservato un evento vulcanico incredibile su Io, il satellite di Giove più attivo dal punto di vista geologico: l’eruzione più energetica mai rilevata su Io e, in generale, in tutto il Sistema solare al di fuori della Terra. Le osservazioni nell’infrarosso, condotte con lo strumento italiano Jiram dell’Agenzia spaziale italiana, a bordo della sonda Juno, mostrano un’eruzione che ha interessato una vastissima regione, pari a circa 65mila chilometri quadrati nell’emisfero meridionale del satellite. I dati indicano un rilascio di energia compreso tra 140 e 260 terawatt, un valore che supera di gran lunga quello delle più grandi eruzioni osservate in precedenza. Il risultato suggerisce l’esistenza di enormi serbatoi magmatici sotterranei interconnessi, in grado di attivarsi simultaneamente e di rilasciare energia su scala planetaria. Queste osservazioni cambiano in modo sostanziale la nostra comprensione del corpo vulcanicamente più attivo del Sistema solare. Il lavoro, guidato dall’Inaf, è stato pubblicato sulla rivista Journal of Geophysical Research: Planets.
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Bird, il grande “piccolo punto rosso”
I “puntini rossi” individuati nella regione di cielo attorno al quasar J1030. Bird è l’oggetto al centro. Crediti: F. Loiacono, Nasa/Esa/Csa

Un team internazionale guidato dall’Inaf ha individuato, grazie al telescopio spaziale James Webb, un raro oggetto cosmico denominato Bird (Big Red Dot). Situato in una regione remota del cielo risalente al mezzogiorno cosmico (10-11 miliardi di anni fa), Bird appartiene alla classe dei little red dot (Lrd), piccoli punti rossi identificati di recente nelle frequenze infrarosse. A produrre l’eccezionale luminosità sarebbe un buco nero supermassiccio con una massa stimata in cento milioni di volte quella del Sole. La scoperta, pubblicata sulla rivista Astronomy & Astrophysics, è avvenuta quasi per caso: l’oggetto è stato infatti rilevato nel campo circostante al quasar J1030+0524, una porzione di cielo che il gruppo monitora da anni. Analizzando i dati dello strumento NirCam, i ricercatori hanno individuato questa sorgente puntiforme, che mette in discussione le conoscenze attuali sulla crescita dei motori galattici. Infatti, i punti rossi erano ancora estremamente numerosi durante il mezzogiorno cosmico, smentendo i modelli teorici precedenti che ne ipotizzavano un calo drastico già in epoche più arcaiche. Bird rappresenta un tassello fondamentale per comprendere come i buchi neri supermassicci abbiano raggiunto masse così elevate in tempi relativamente brevi.

Premi, nomine & elezioni


Medaglia Ferraro a Sofia Randich
Sofia Randich dell’Inaf – Osservatorio Astrofisico di Arcetri. Crediti: Inaf/R. Bonuccelli

All’astrofisica Sofia Randich è stata conferita la medaglia internazionale Vincenzo Ferraro, prestigioso riconoscimento che celebra i traguardi scientifici raggiunti in una carriera interamente dedicata all’eccellenza. Randich, dirigente di ricerca presso l’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, è stata premiata lo scorso marzo durante una cerimonia svoltasi presso la sede dell’Inaf di Napoli. L’iniziativa è promossa dall’associazione no-profit Vincenzo Ferraro Onlus, presieduta da Maddalena Ferraro, per onorare le personalità che si distinguono nel panorama scientifico mondiale. Il premio, istituito nel 2008, è dedicato a Vincenzo Ferraro, pioniere della magnetoidrodinamica e autore dei primi modelli della magnetosfera terrestre. Il conferimento celebra il contributo di Randich all’archeologia galattica, una branca dell’astronomia che ricostruisce il passato della nostra galassia attraverso l’analisi minuziosa delle stelle e della loro composizione chimica primordiale. Durante la consegna, Randich ha voluto dedicare un messaggio alle nuove generazioni di studenti, spingendoli a «coltivare sempre la curiosità e seguire con determinazione la propria passione».


A Palermo l’eredità del “papà” di Cerere
Cerchio altazimutale di Ramsden. L’introduzione di strumenti come questo consentì a Piazzi di migliorare enormemente l’accuratezza delle misure astronomiche. Crediti: Inaf/R. Bonuccelli

A duecento anni dalla morte di Giuseppe Piazzi (1746-1826), fondatore e primo direttore dell’Osservatorio astronomico di Palermo, la comunità scientifica internazionale si riunirà per un convegno dedicato ai principali ambiti di ricerca legati alla sua eredità scientifica. Piazzi è celebre soprattutto per la scoperta di Cerere nel 1801 – oggi classificato come pianeta nano – e per la realizzazione di due importanti cataloghi stellari pubblicati nel 1803 e nel 1814, oltre che per l’uso innovativo del Cerchio di Ramsden, un telescopio altazimutale realizzato dal costruttore inglese Jesse Ramsden. Il congresso, in programma dal 30 settembre al 2 ottobre 2026 a Palazzo Chiaramonte Steri a Palermo, affronterà temi ancora oggi centrali per l’astronomia, e il programma scientifico sarà articolato in quattro sessioni: dall’astrometria allo studio dei piccoli corpi del Sistema solare – asteroidi, pianeti nani, oggetti trans-nettuniani, comete e meteoriti – fino alle nuove tecnologie osservative. L’evento rientra nel programma di iniziative promosso dal Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della morte di Giuseppe Piazzi, istituito dal Ministero della Cultura e promosso dall’Accademia nazionale delle scienze detta dei XL.


Engrave riceve il premio Into Change
Illustrazione dell’origine degli elementi pesanti nelle fusioni di stelle di neutroni. Crediti: Eso/L. Calçada/M. Kornmesser

La collaborazione scientifica Engrave è stata insignita del premio Into Change dal Ministero danese dell’istruzione superiore e della scienza. Into Change premia i gruppi di ricerca europei che hanno condotto studi eccezionali e innovativi ai massimi livelli internazionali. La prima edizione del premio è stata assegnata a Engrave in riconoscimento delle sue scoperte rivoluzionarie all’intersezione tra fisica, cosmologia e astrofisica, e in particolare per la scoperta dell’origine degli elementi pesanti nelle fusioni di stelle di neutroni. Il premio – pari a circa un milione di euro – è stato destinato come finanziamento quadro per la ricerca scientifica, con un riconoscimento individuale per ciascuno dei sei membri nominati della collaborazione, tra cui due astrofisiche italiane: Marica Branchesi (Gran Sasso Science Institute e Istituto nazionale di fisica nucleare) ed Elena Pian (Inaf). Grazie ai contributi scientifici di Engrave, la tavola periodica può oggi essere letta alla luce delle sue origini cosmiche. Nel rispondere alla domanda “da dove veniamo?”, Engrave ci ha permesso di ricostruire la storia della formazione degli elementi che compongono il nostro pianeta, il nostro corpo e la materia che ci circonda.