Durante la primavera del 2020, l’atmosfera è diventata meno efficiente nel rimuovere il metano, proprio mentre le emissioni naturali provenienti dalle zone umide aumentavano a causa di condizioni climatiche insolite.
Si è parlato molto del calo delle emissioni e degli inquinanti nell’aria durante la primavera del 2020, in corrispondenza del primo lockdown per la pandemia da Covid-19. Secondo uno studio Enea pubblicato nel dicembre 2022 sulla rivista Atmospheric Pollution Research, a diminuire maggiormente sono stati gli ossidi di zolfo (-15%), gli ossidi di azoto (-11%), i composti organici volatili non metanici (-10%) e il monossido di carbonio (-4%). Sarebbe invece aumentato il metano, un potente gas serra. Il perché lo spiega uno studio condotto nell’ambito del progetto Reccap-2 dell’Iniziativa sul cambiamento climatico dell’Agenzia spaziale europea, pubblicato lo scorso febbraio su Science.
Dopo l’anidride carbonica, il metano è il secondo maggiore contributore al riscaldamento climatico. Una tonnellata di metano, nei suoi dieci anni di permanenza nell’atmosfera, può trattenere circa 30 volte più calore rispetto a una tonnellata di anidride carbonica nell’arco di un secolo. Tra il 2020 e il 2022, le concentrazioni globali di metano sono aumentate al ritmo più rapido mai registrato, raggiungendo un picco di 16,2 parti per miliardo all’anno, prima di ridursi a 8,6 ppb all’anno entro il 2023. La motivazione, si legge nel nuovo studio, sarebbe il cambiamento chimico temporaneo ma significativo registrato nell’atmosfera durante il primo lockdown.
Al centro della questione ci sarebbe la diminuzione dei radicali ossidrilici (OH), molecole altamente reattive spesso descritte come il “detergente” dell’atmosfera. Questi radicali normalmente degradano il metano, riducendone la permanenza nell’atmosfera. I radicali ossidrilici si formano attraverso reazioni chimiche che coinvolgono la luce solare, l’ozono, il vapore acqueo e gas come gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio e i composti organici volatili. A seguito del lockdown, le emissioni di questi gas sono diminuite e, di conseguenza, anche i radicali ossidrilici – che normalmente distruggono il metano – si sono ridotti. Secondo lo studio, questo indebolimento della capacità ossidante dell’atmosfera spiega circa l’80% della variabilità annuale della crescita del metano nel periodo considerato.
Con una minore disponibilità di radicali ossidrilici, quindi, il metano si è accumulato più rapidamente del normale. Non solo: dal 2020 al 2023 si è registrata una fase prolungata di La Niña, che ha portato più umidità della media in gran parte delle regioni tropicali, creando condizioni ideali per il proliferare di microrganismi produttori di metano, soprattutto nell’Africa tropicale e nel Sudest asiatico. Secondo i ricercatori, questi risultati dimostrano che le sorprese climatiche non dipendono solo da ciò che emettiamo, ma anche da come l’atmosfera risponde. Le future tendenze del metano dipenderanno non solo dalla capacità dell’umanità di controllare le emissioni, ma anche dalle politiche sulla qualità dell’aria e dai cambiamenti climatici che influenzano il ciclo naturale del metano a livello globale.

Variazioni della concentrazione di metano nel periodo 2019-2022 nell’area geografica del Sudan del Sud, in Africa. Crediti: Esa/Copernicus Sentinel
