Per volere di un modesto scribacchino, dopo cinque secoli Don Chisciotte, Ronzinante, Sancho Panza e il suo mulo ricompaiono sulla sommità del Taburiente, vulcano dell’isola di La Palma. Oggi lì vi sono molti strumenti della ricerca astrofisica, tra i quali pure i due grandi telescopi Cherenkov della collaborazione MAGIC.
– Che succede? Ricordavo d’esser morto. Questa, poi, non par affatto essere la Mancha, ma non importa: anche su quest’isola ci saranno occasioni di battaglia per un cavaliere che si rispetti. Ad esempio, Sancho, vedi quei due giganti? Ho intenzione di ucciderli, giacché è giusto combattere in nome di Dio per liberare la Terra da simili mostruosità.
– Quali giganti? – chiese lo scudiero. – Pensavo fosse rinsavito, messer Alonso Quijano, e invece vaneggia di nuovo di giganti, uccisioni e combattimenti. Ricordi cosa le capitò con i mulini a vento, piuttosto!
– Non so davvero di cosa vai blaterando. Io sono Don Chisciotte della Mancha, cavaliere e devoto di Dulcinea del Toboso! E quelli laggiù dalle facce così larghe senza dubbio sono giganti!
– Ritorni in sé e guardi meglio – aggiunse Sancho Panza. – Non so bene cosa quegli affari siano, ma a me sembrano grandi telai pieni di specchi che ogni tanto si muovono…
– Si vede che ancora non sei pratico di avventure. Se hai paura, scansati e prega. Io vado a sconfiggerli!
Dette queste parole, il vecchio e smilzo Alonso, ignorando i tentativi dell’amico di farlo ragionare, lancia in resta, spronò Ronzinante urlando all’indirizzo dei telescopi Cherenkov:
– Non fuggite, codarde creature, ché è un cavaliere solo che vi assale!
In quel mentre un astronomo, preparandosi alla nottata di lavoro al chiuso dell’osservatorio e ignaro dell’arrivo della strana e anacronistica figura, diede i comandi per muovere i due enormi telescopi. Vedendoli in moto, Don Chisciotte si allarmò e spinse con maggior foga la sua cavalcatura. Arrivato che fu a folle velocità sotto il più vicino dei due, infilò, invasato, la lancia tra gli specchi proprio nel momento in cui quel poderoso strumento stava ruotando veloce verso le alte declinazioni. La leva operata sull’arma dalla struttura metallica, dopo aver scagliato in aria cavallo e cavaliere, la spezzò in due tronconi, e la calma piatta di quella vetta fu sconvolta da un urlo, un lungo nitrito e uno schiocco secco e ligneo. L’ex scudiero accorse – per quanto il suo mulo potesse “accorrere” – in aiuto del poveretto ansimante, steso malconcio tra massi e arbusti.
– Proprio come con i mulini! L’avevo avvertito di stare attento a ciò che faceva!
– Caro Sancho, per un crudele e beffardo inganno del tempo e della letteratura siamo tornati a esistere, e nonostante la mia periodica follia, la botta appena ricevuta mi ha fatto di nuovo rinsavire. Questo mondo non lo riconosco. Non è più adatto a noi e ai miei sogni popolati da mostri antichi, e non certo da altri moderni come questi. Prima di morire mi ero raccomandato che non venisse mai più scritto un ulteriore capitolo delle avventure di quel pazzo che fui. Ora confido solo nella pietà del nuovo autore, che ci faccia tornare al nostro tempo e che, con la fine della pagina, faccia terminare pure questa estensione non richiesta della nostra esistenza.
E così come erano apparsi, Don Chisciotte, Sancho Panza, Ronzinante e il mulo evaporarono nella tenue nebbia serale. Ma non svanì l’arma spezzata, e il mistero di un moncone di lancia del quattordicesimo secolo, incuneato fra gli specchi di quel telescopio, ancora impegna storici e astrofisici con ipotesi fantascientifiche.
Testo liberamente ispirato al “Don Chisciotte” di Cervantes.

Il testo in queste pagine è liberamente ispirato a Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes. Crediti: llustrazione di Angelo Adamo
