La formula segreta

La formula segreta

Qual è la formula segreta dell’universo? È da migliaia di anni che l’umanità si pone questa domanda: dai filosofi greci fino alle attuali ricerche con il telescopio spaziale James Webb e il Large Hadron Collider. Le scoperte più significative sono avvenute negli ultimi secoli, facendo registrare una notevole accelerazione in tempi recenti grazie ai progressi della fisica teorica e delle tecnologie osservative. Ma, nonostante tutti questi sforzi, la sua parte oscura permane.

Siamo cresciuti col mito della sua composizione chimica così elusiva e misteriosa, indagata perché necessaria per la sua riproducibilità: un segreto commerciale da svelare per comprendere la ragione della sua estrema diffusione su grande scala. Crescendo, la storia ci ha infine svelato con buona approssimazione quale fosse quella ricetta originale: settantacinque cucchiaini di idrogeno, venticinque di elio, un pizzico di deuterio, una Mentos, uno scossone necessario a dare energia e impulso al fluido nel contenitore e il gioco è fatto: ecco servita in tavola una colata curva di acqua, anidride carbonica, asteroidi, caffeina, pianeti, sciroppo di glucosio, nubi interstellari, bollicine, stelle vive e morte, polifosfati aromatici policiclici, galassie, acido fosforico, quasar, colorante E 150 d (caramello solfito ammoniacale), aromi naturali, il tutto rimescolato da frizzanti onde di densità. 

Alcuni sostengono che la sua composizione attuale – per intenderci, la ricetta che ha riscosso tanto successo grazie alle percentuali, stavolta esatte, degli elementi appena elencati – sia interamente deducibile da una breve ed elegante formula segreta scritta su un pizzino al sicuro in un minuscolo caveau davvero inespugnabile: un cubetto delle dimensioni della scala di Planck sepolto nello scantinato del primo laboratorio, poi esploso, dove la sua storia ha avuto inizio. 

Altri, ottimisti, invece affermano che, impegnandoci, potremmo svelare quella formula con uno studio più approfondito di ciò che da qui e ora si vede, annusa, sente e assapora, da compiere con gli occhi, il naso, le orecchie e il palato spettroscopico di chissà quale sommelier bolometrico. Comunque, tornando alla sua estrema diffusione, nemmeno la successiva inflazione ne ha oscurato il successo, tutt’altro! E oggi rimane l’articolo meglio distribuito tutto attorno a noi. 

La forma del suo contenitore?

Per figurarcela, potremmo immaginare il tutto alla stregua diuno smisurato artropode il quale ha abbandonato l’esuvia di PET nel quale è cresciuto per andare a evolvere altrove (dove, poi? Boh?). Pensandolo così, il suo aspetto esteriore ci potrebbe apparire come un esoscheletro bombato, pieno di vuoto, fatto di nulla e confinante col niente. Al fine di studiare le volute di quel contenitore, plasmate dalle proprietà deformanti del suo contenuto, dovremmo quindi, per assurdo, svuotarlo altrove, in quel niente esterno (che non è come il vuoto. Il niente è proprio niente, il vuoto in realtà non è vuoto), ottenendo in questo modo una bottiglia di fluido spaziotemporale scolata e trasparente, abbandonata dal liquore perlopiù buio e sapido che prima la affollava; purgata della materia qui oscura, lì luminosa (perché stellata), molto gassosa e rivelatasi in grado di modellare la bottiglia fino a renderla supremo oggetto di design

E gli astronomi, golosi e curiosi, ne sorseggiano in calici telescopici.

UN COSMO DA BERE
La forma è sostanza in questa illustrazione che racconta l’espansione dell’universo nel tempo a partire dal big bang. Crediti: Angelo Adamo