Lo studio dell’origine della vita nell’universo ha risultati inaspettati. Dall’astrobiologia, infatti, stanno giungendo risposte su come proteggere il benessere del pianeta Terra: energia verde, stoccaggio della CO2 e diagnostica ambientale sono solo alcune delle opportunità che si stanno facendo strada.
Astrobiologia e astrochimica studiano, rispettivamente, l’origine e la diffusione della vita nell’universo e i processi chimici che potrebbero aver contribuito alla sua comparsa. Le conoscenze in questi ambiti sono fondamentali per progettare missioni verso mondi potenzialmente abitabili. Negli ultimi anni, tuttavia, questo sapere sta diventando utile anche per affrontare alcune delle grandi sfide ambientali e tecnologiche della Terra. Dai sistemi di riciclo dell’acqua ai biosistemi autosufficienti, dalle tecnologie di biofabbricazione alla cattura del carbonio, molte soluzioni nate dalla ricerca astrobiologica stanno trovando applicazioni in settori come l’agricoltura, la gestione sostenibile delle risorse e la tutela degli ecosistemi.
Un esempio arriva dallo studio degli ambienti estremi. Da decenni gli astrobiologi analizzano sistemi geologici e chimici che potrebbero sostenere forme di vita microbica in condizioni ostili. Tra questi ci sono gli ambienti in cui avviene la serpentinizzazione, un processo geochimico in cui rocce ultramafiche (ossia rocce ignee con un contenuto in silice molto basso, generalmente inferiore al 45%, e ricche in minerali ferro‑magnesiaci) reagiscono con l’acqua producendo idrogeno molecolare, un gas che alimenta ecosistemi microbici nel sottosuolo. Questi ambienti sono diventati di grande interesse anche per il settore dell’energia. L’idrogeno generato da questo processo, spesso indicato come GeoH₂, rappresenta infatti una potenziale fonte di energia pulita: la sua ossidazione produce energia senza generare emissioni di CO₂ né nella fase di produzione né durante l’utilizzo. La possibilità di raccogliere e sfruttare questo idrogeno verde è al centro di diversi progetti pilota che coinvolgono università, centri di ricerca e industria.
Gli ambienti serpentinizzati stanno emergendo anche come possibili alleati nella lotta al cambiamento climatico, in particolare nel contesto della cosiddetta cattura e stoccaggio del carbonio (Carbon Capture and Storage, Ccs), una strategia chiave per la decarbonizzazione del pianeta che prevede la raccolta della CO₂ prodotta da grandi impianti industriali, il suo trasporto e il suo stoccaggio in profondità nel sottosuolo.
In questo contesto la serpentinizzazione gioca un ruolo importante: favorendo la trasformazione di anidride carbonica in carbonati stabili, offre un metodo di stoccaggio permanente e contribuisce agli sforzi globali per ridurre le emissioni di CO₂. Sono allo studio diverse strategie che prevedono la cattura diretta della CO₂ dall’atmosfera, la sua concentrazione e l’iniezione in falde acquifere sotterranee per favorire questi processi di mineralizzazione, che potrebbero sequestrare oltre l’80% del carbonio immesso nel sistema.
Un altro ambito in cui la ricerca astrobiologica ha avuto ricadute importanti riguarda i protocolli di protezione planetaria. Sviluppati per prevenire contaminazioni biologiche tra la Terra e altri corpi celesti, questi metodi stanno trovando applicazione anche nella biosorveglianza, nella diagnostica ambientale e nella tutela di ecosistemi estremi e incontaminati.
Questi esempi mostrano come una disciplina nata per esplorare i limiti della vita nell’universo possa contribuire anche alla sostenibilità del nostro pianeta. Studiare i sistemi geochimici e microbiologici più estremi non significa soltanto prepararsi a cercare vita oltre la Terra ma anche acquisire conoscenze per sviluppare tecnologie energetiche più pulite, migliorare la gestione delle risorse e affrontare le sfide climatiche del presente. In questo senso l’astrobiologia non guarda soltanto allo spazio: aiuta anche a comprendere meglio la Terra e a immaginare nuove strategie per preservarla.

Diverse evidenze mostrano che processi di serpentinizzazione sono attivi su Marte. Nell’immagine un dettaglio del suolo fotografato dal rover Nasa Perseverance. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
